Anche se maggio non è uno dei mesi più adatti allo sci, quest’anno le linee estreme e le ripide pareti delle più alte vette alpine offrivano condizioni di neve eccezionali.
Ho sciato a Chamonix fino al giorno in cui sono partita per le isole Svalbard. I miei compagni di viaggio erano Emilio, Massimo e Damiano e la destinazione interessante: un bel po’ più a nord del circolo polare artico. Ho pensato che sarebbe stato divertente cambiare panorama: montagne più dolci e altitudini prossime al livello del mare. Il luogo ideale in cui “liberare il tallone” e fare un po’ di telemark insieme ai miei amici.
L’arcipelago delle Svalbard si trova tra i 70° e gli 80° di latitudine N ed è una delle rarissime terre emerse nel mare di ghiaccio. Spitsbergen è l’isola più grande e l’unica collegata via aerea con la Norvegia.
La vista del paesaggio dall’aereo, mentre ci stavamo avvicinando a Longyearbyen, era un’esperienza unica mai vissuta prima. I fiordi del Mare di Groenlandia, ricoperti di ghiaccio, che si fondono con bianche montagne gelate. Lungo la costa, per miglia e miglia, non c’è traccia di intervento umano. Centinaia di colli dalla forma arrotondata e ripide pareti solcate da corridoi di neve fresca… un paradiso per tutti quelli che, come me, amano la neve e il suo candore.
E’ quasi mezzanotte, ma il sole continua a splendere alto sopra l’orizzonte: fa uno strano effetto.
Così mio dico: “Dal momento che dovrò dormire in tenda per i prossimi 15 giorni, meglio abituarsi subito alla mancanza di buio”.

E’ il primo viaggio che faccio senza mettere nel bagaglio una piccola torcia frontale. Per fortuna, la mascherina da aereo che mi sono portata dietro mi ha aiutato a mitigare la luce.
Sono partita all’inizio di maggio da Milano, dove il clima era mite e con una forte escursione termica tra il giorno e la notte, completamente impreparata al vento di Longyearbyen che soffia a dieci gradi sotto zero.
Una donna dall’aspetto severo ci è venuta a prendere all’aeroporto e con un pick up fuoristrada ci ha accompagnato lungo strade innevate e deserte fino all’albergo in cui avremmo trascorso le prime due notti.
Il giorno successivo abbiamo fatto conoscenza con la nostra guida, Erik, che ci ha accompagnato nella nostra avventura e ci ha protetto dagli orsi polari con un fucile risalente alla seconda guerra mondiale. Un giorno per preparare la pulka e acclimatarsi al freddo è l’ideale prima di lasciare la civiltà. Durante i 15 giorni trascorsi a camminare sulla neve la pulka è stata il nostro migliore amico e il nostro peggiore incubo. Vi trasportavamo infatti tutto il necessario per alloggiare nella tenda nel modo più confortevole possibile: il fornello, il combustibile, il cibo e l’attrezzatura personale, che insieme pesano una cinquantina di chili.
Dovendo trascinarmela dietro per tanti giorni – e di sicuro a un certo punto non ne avrei potuto più di averla fra i piedi – ho deciso di darle un nome. L’ho chiamata “La Gina”, così, una volta in viaggio, avrei potuto incitarla o insultarla, come un essere umano. Mi faceva sentire meglio.

L’itinerario era piuttosto flessibile, ma eravamo partiti per una lunga avventura, su questo non c’era dubbio. Ogni giorno c’era un bel po’ da camminare per montare il campo ogni notte in un posto diverso e così proseguire.
Lunghe distanze dentro spazi enormi: esattamente ciò che mi aspettavo.
Il giorno in cui abbiamo lasciato la città faceva freddo ma c’era il sole. Ho iniziato a riabituarmi di nuovo alle temperature invernali, con mio grande sollievo, specialmente sapendo che da quel giorno in avanti non avrei trovato nessun riparo per potermi riscaldare.
Abbiamo percorso in motoslitta 180 km di ghiaccio a nord di Longyearbyen. Credetemi, rimanere seduti dietro al conducente su fiordi ghiacciati pieni di buche non è stato particolarmente divertente! La cosa positiva è che almeno non abbiamo sofferto il freddo. Indossavamo delle incredibili tute da motoslitta, completamente antivento e molto calde: con quella cosa addosso avrei potuto anche starmene seduto sulla neve per ore senza mai congelarmi il sedere. Fantastico! Tuttavia, nemmeno un minimo lembo di pelle doveva rimanere scoperto. Il passamontagna e gli occhiali costituivano un’ottima protezione antivento, mentre il pesante casco mi ha procurato un torcicollo tremendo.
Non senza qualche piccolo incidente e contrattempo abbiamo raggiunto il primo campo, stanchi per la scomoda posizione sulla motoslitta e la guida a sobbalzi.
Il primo campo era su un ghiacciaio, circondato da montagne alte e meravigliose linee di sci in corridoi piuttosto ripidi. Questa regione si chiama Atomfjella ed è qui che si trovano le vette più alte dell’intero arcipelago.
Il mattino successivo abbiamo scalato la seconda montagna più alta, il Perrier (1712 m).
La scalata, facile e divertente, è stata un ottimo riscaldamento per testare gambe e attrezzatura. Adoro i miei sci da telemark, trovo che siamo il genere di sci perfetto per questo tipo di avventura. Dopo aver camminato a lungo, non mi piace dover bloccare tutt’ad un tratto il tallone proprio in cima alla montagna. Mi piace poter muovere il piede anche durante la discesa, con movimenti fluidi ed eleganti.
Dal secondo giorno è iniziato il viaggio con la pulka. Abbiamo camminato dal campo uno a quelli successivi, con una media di 20 chilometri al giorno: può non sembrare molto, ma se si pensa alle condizioni di neve variabili e ai 50 chili di peso sulla slitta trainata da ciascuno di noi, lo si può considerare un buon esercizio.
I giorni in cui il percorso era pianeggiante, come le traversate da costa a costa di ampi fiordi ghiacciati, percorrevamo distanze più lunghe, mentre quando c’era da scalare e scendere le dolci pendenze dei ghiacciai le distanze erano ovviamente ridotte.
Spostarsi con estrema lentezza è stata la parte più difficile con cui ho dovuto confrontarmi. Il mio amore per la velocità e la sensazione del vento sulla faccia dovevano lasciare spazio al piacere di camminare per lunghe distanze, ripetendo all’infinito lo stesso identico movimento, con il fine di raggiungere il campo successivo. L’idea di essere indipendente da qualsiasi mezzo di trasporto è stata comunque una sensazione fantastica. Mi ha dato l’idea precisa di come dovevano sentirsi i primi esploratori durante le spedizioni in nuove terre, senza sapere dove e quando sarebbero arrivati e, assolutamente, senza alcuna fretta.
Ho sempre sognato di percorrere lunghe distanze camminando. La semplicità dello sforzo, il fatto di arrivare da qualche parte e vedere tutte quelle cose, in perfetta simbiosi con la natura, ha costituito per me una preziosa ricompensa.
Giorno dopo giorno abbiamo attraversato meravigliosi ghiacciai, catene montuose, fiordi. Il paesaggio mutava lentamente mano a mano che ci spostavamo da occidente a oriente e poi di nuovo a sud, verso Longyearbyen. Siamo stati così fortunati da avvistare un orso polare nel suo ambiente naturale.
Abbiamo camminato davvero tanto e lasciato i solchi dei nostri sci in posti in cui nessuno aveva mai sciato prima. Per uno sciatore, questo è sempre un privilegio esclusivo, che io, personalmente, ho apprezzato con grande rispetto.
La lontananza dalla tecnologia e dai problemi quotidiani è stato il dono più bello che ho ricevuto da quei luoghi. La vita semplice del campo sulla neve, anche se ripetitiva, porta a riflettere su quali siano le priorità essenziali e quante cose inutili invadono le nostre vite di tutti i giorni.
Ho amato il silenzio, il paesaggio incontaminato, gli enormi spazi.
Il 15° giorno di cammino abbiamo raggiunto il margine di un ampio fiordo gelato sul quale avevamo camminato per giorni e giorni.
Camminare su uno strato di ghiaccio sottile, come le molte foche incontrate in quei giorni, era estremamente emozionante. Mano a mano che ci avvicinavamo al mare aperto, cercavamo di scorgere il movimento delle onde. L’immobilità del ghiaccio si tramutava finalmente in movimento.
Eravamo giunti alla fine della nostra avventura. La barca che ci attendeva accanto agli ultimi metri di ghiaccio ci ha riportato velocemente (finalmente!) a Longyearbyen.
Il ritorno alla civiltà non è stato troppo traumatico. Sfortunatamente, mi sono riabituata in fretta alle case e alla gente. Pensavo che la vita di città mi sarebbe parsa un po’ diversa dopo tanti giorni lontano da tutto. Invece, con mia grande sorpresa, è stato come se non fossi mai partita.








